6 novembre 2019

MSF È LA MIA FAMIGLIA

Cari sostenitori,

È venerdì notte e con indosso l’inconfondibile maglietta di Medici Senza Frontiere sto andando a lavoro. Sull’uscio bacio Elena e mio figlio Lele che fra poco andrà dormire.

Raggiungo la jeep in cui mi attendono i colleghi della clinica notturna. Siamo di turno anche di sera nel fine settimana per cercare di raggiungere quelle persone che di giorno lavorano e non riescono a farsi visitare. Il turno serale ci permette di fare soprattutto sensibilizzazione, test per l’HIV e vaccinazione per l’Epatite B, attività importantissime per la salute della popolazione qui a Beira.

Con me ci sono un’infermiera e degli educatori. Capita a volte che i membri del nostro staff siano stati in passato nostri beneficiari. È proprio ciò che è successo ad Aida.

“MSF è stata l’unica famiglia che ho avuto in tutta la mia vita”.

Sono state queste le sue esatte parole quando mi ha raccontato la sua storia. Aida lavorava in strada, non aveva nessuno, né genitori, fratelli o sorelle. Gli operatori di MSF la portavano in ospedale per fare il test di HIV, finché quattro anni fa il test è risultato positivo, Aida aveva contratto il virus.

Nel 2017 ha deciso di candidarsi per lavorare con noi, ha passato le selezioni ed è diventata membro dello staff. Questo lavoro la rende felice perché può aiutare altre ragazze che si prostituiscono. Conosce bene i rischi di questo lavoro, la frequenza dei casi di violenza, il pericolo di contrarre malattie, proprio perché le ha vissute sulla sua pelle.

Aida sa quanto sia importante portare avanti il lavoro di MSF. Durante questo turno di venerdì incontriamo molte ragazze, alcune sembrano addirittura delle bambine. La maggior parte di loro le incontriamo in una zona di Beira che si chiama “il corridoio”, un passaggio strettissimo tristemente noto per essere un punto di ritrovo per le lavoratrici del sesso.

Con ciascuna di loro cerchiamo di instaurare un dialogo, di farle sentire al sicuro. Distribuiamo gratuitamente contraccettivi, le informiamo su come proteggersi, le aiutiamo in questo lavoro così difficile e incerto.

Siamo contente perché ci state proteggendo, grazie”.

È il messaggio semplice di alcune di loro con cui voglio salutarvi oggi, perché in questa protezione ci siete anche voi, che credete nella solidarietà oltre ogni confine, oltre i muri e i pregiudizi di sorta.

Non ci sono parole per ringraziarvi appieno.
Un caro abbraccio,
Armando


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