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4 agosto 2015

Qui si muore di malaria.

Cari Sostenitori,

oggi vorrei raccontarvi cosa mi è successo recentemente.

Una mattina alle 6,30 sono partita con la macchina. Vedevo il mondo che scorreva dal finestrino e mi sentivo i polmoni che si riempivano d’aria. Sentivo la gioia che mi attraversava. Era solo l’inizio.

Dopo due ore di una strada parzialmente asfaltata arriviamo a Nkuba in Katanga, a qualche chilometro dal centro sanitario di riferimento di quella zona. Montiamo i nostri teli di plastica e circondiamo il perimetro che intendiamo utilizzare con il nastro bianco e rosso. Poco dopo cominciamo a ricevere i pazienti. Qui ci occupiamo di malaria, perché è la prima causa di morte in questa zona.

Facendo un paragone, è come se in Italia le persone morissero a causa dell’influenza. Abbiamo testato 141 pazienti e il 91% è risultato positivo. Prima di andare via riceviamo un bambino malnutrito.

Si chiama Amisi, ha 4 anni e pesa 8,6 Kg. A stento sta in piedi perché non c’è più un muscoletto attaccato a quelle ossa. Per fortuna non ha alcuna complicazione medica, niente polmonite, niente malaria. Così lo prendo sulle mie ginocchia per vedere se mangia l’alimento terapeutico a base di pasta di arachidi. È il test per decidere se può rientrare a casa o se deve venire in ospedale. Ci laviamo insieme le mani con il sapone e apro la busta. Un bambino malnutrito è come un oggetto di sottilissimo cristallo, mi sembra che si possa spezzare da un momento all’altro. Una fragilità nel corpo e una fragilità della vita, esistere sembra già di per sé una fatica.

Amisi mangia lentamente, la stessa quantità che daresti ad un uccellino, quando gli offro da bere dell’acqua fa dei piccoli cenni di assenso con la testa, per terminare il sacchetto che pesa meno di un etto ci mette mezz’ora. Il test è positivo. Il bambino può restare. La madre dice che a casa non mangia.

Le chiedo se ha mai preso il tempo di sedersi con lui per farlo mangiare piano piano. L’infermiere mi risponde che sicuramente la madre non ha tempo di farlo. Abbiamo sensibilizzato la madre e ora uno dei nostri mediatori sta anche sorvegliando la situazione.

Amisi è uno dei tanti bambini che visito quotidianamente e di cui posso prendermi cura solo e soltanto grazie al sostegno di voi donatori.

Un caro saluto,

Elisa


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