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12 giugno 2012

Non abbassare mai la guardia

Ciao,
vi scrivo da una piccola stanza nel campo di Dadaab. Fa un caldo terribile, si suda giorno e notte e appena ti fai la doccia sei un bagno di sudore di nuovo. C’è polvere ovunque, la senti nelle mani, in bocca, nei vestiti, e hai costantemente la sensazione di non essere pulita. Il lavoro è molto impegnativo e stressante, sopratutto perché non hai possibilità di svago, non stacchi mai.

Non riesco a rilassarmi neanche quando dormo: sono sempre vigile. Forse è perché so che qui non posso mai abbassare la guardia, dobbiamo stare attenti a tutto quello che succede intorno. Per tenere la situazione sempre sotto controllo facciamo un briefing sulla sicurezza ogni due giorni.

Appena sono entrata qui ho pensato che non avrei resistito a lungo: puoi camminare dalla stanza all’ufficio e dall’ufficio alla stanza, niente di più. Ma poi mi sono abituata e questa è diventata la mia normalità. Considera che il compound viene chiamato “Guantanamo” perché è circondato da alti muri, filo spinato e cancelli pieni di guardie.

A soli 100 metri di distanza c’è il nostro ospedale: il più grande che ho visto in tutti i progetti MSF!

Qui incontro gli sguardi fiduciosi dei pazienti, mentre i nostri infermieri li accudiscono e i medici li visitano. Sanno che la sera questi torneranno per verificare le loro condizioni. Il mio compito è quello di controllare e gestire le risorse umane: abbiamo circa 500 ragazzi dei campi rifugiati che lavorano nel nostro staff, sono arrivati tanti anni fa scappando dalla Somalia in guerra. Quando li guardo vedo i segni di una vita difficile, pericolosa.

Spesso mi sono trovata a scrivere lettere di richiamo a persone che non si erano comportate in modo corretto, ma sono situazioni difficili da raccontare, troppo dure e impossibili da immaginare nella nostra cultura. Nonostante ciò, questa è la parte del lavoro che mi entusiasma di più e che tanto avevo cercato nel mio percorso professionale.

In questi giorni ho dovuto risolvere la problematica situazione degli alloggi: trovare una stanza per ben 200 persone, tutti i membri del nostro staff. Sono stati momenti difficili che hanno messo a dura prova il mio entusiasmo, ma per fortuna sono riuscita ad andare avanti e a superare anche questa difficoltà.

Vi darò presto altre mie notizie e vi aggiornerò sui progressi del progetto. A portarmi avanti c’è la grandiosità di voi donatori, che riuscite a mettervi nei panni di chi soffre a migliaia di chilometri. Il vostro sostegno si trasforma in tanti miracoli quotidiani e il vostro affetto mi permette di essere qui oggi.

Grazie per essere al mio fianco.

A presto,
Sara

PS: Continuate a sostenerci. Per i rifugiati che arrivano in questo campo il vostro impegno significa spesso una nuova speranza.


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