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DONA ORA
26 gennaio 2015

La storia di Henriette

Sono in Burundi da molto ormai e il tempo passa come se saltasse le ore.
Oggi siamo in un piccolo villaggio a nord-ovest del Paese, in una provincia che si chiama Kayanza. Abbiamo scelto il centro di salute di Rwegura proprio perché é il più lontano e il più appartato di tutto il comune, e vogliamo poter arrivare là dove le donne sono più isolate. Nella sala di maternità visiteremo tutte quelle che presentano dei segni clinici precisi: perdita incontrollata di urine e/o di feci dalla vagina.

Vediamo arrivare una decina di uomini che trasportano una barella. Bhe, in effetti sono solo quattro, ma tutti gli altri seguono il corteo proprio per darsi il cambio, sapendo che questa marcia, cominciata nel loro villaggio, sarebbe durata per ore. La chiamano «l’ambulanza umana».
Henriette arriva così. Gli uomini l’appoggiano a terra e se ne tornano al villaggio. Dicono che sia matta. Lei é spaventatissima e si nasconde dalla testa ai piedi sotto la stoffa dei suoi «ibitenge» . Urla qualcosa in kirundi di incomprensibile persino alla mia équipe. Ci chiediamo se in quello stato riusciremo mai a farle la visita ginecologica. Aspettiamo che si calmi un po’ e la mamma ci racconta la sua storia:

Henriette due anni fa viveva con suo marito. É rimasta incinta ma qualcosa é andato storto e lui l’ha cacciata di casa al secondo mese di gravidanza. É tornata dai suoi genitori. Era con sua mamma quando ha iniziato il travaglio che é continuato per 3 giorni. Henriette ha partorito suo figlio già morto e in via di decomposizione. La pressione che ha esercitato la testa del suo piccolo sulla sua vescica durante quei 3 giorni di travaglio, le ha lasciato come risultato un buco che collega direttamente la vescica alla vagina. Henriette ha cominciato ad avere serie turbe mentali a causa del trauma subito dalla perdita di suo figlio e dal sentirsi colare continuamente le urine sulle sue cosce. Ha smesso di camminare e ha smesso di mangiare.

Al momento del suo arrivo al nostro Centro Urumuri pesava 29 kg.
Henriette ha 28 anni. La mia stessa età. Quando la guardo vedo in lei tutta l’Africa: l’ingiustizia, la sofferenza, la miseria ma anche la bellezza, la tenacia e soprattutto la speranza.
Oggi é asciutta e ha smesso di urlare.

Si dice che la felicità sia fatta in realtà di attimi brevissimi. Ecco, il sorriso che ha adesso Henriette si chiama felicità.

Grazie, grazie, grazie per averci permesso di aiutarla.


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