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DONA ORA
3 novembre 2015

IL CORAGGIO DI UNA MADRE

Martedì ero a Mpofi, un villaggio limitrofo dove andiamo ogni due settimane per la supervisione del dispensario.

Durante la supervisione di routine, arriva Mikael, 3 anni, con sua madre. Mikael ha la malaria e dopo pochi minuti che è lì diventa incosciente. Sua mamma dice che mentre erano al fiume il bambino si è improvvisamente accasciato nell’acqua. Trattiamo subito la malaria con una supposta, ma è necessario iniettargli del glucosio per endovena. Non è stato facile trovare la vena ma alla fine rasiamo una parte della testa e troviamo il punto giusto. Facciamo scendere lo zucchero e il bambino si riprende un po’, ma comincia a piangere e urlare e non c’è verso di calmarlo. Ci rendiamo conto che qualcosa non va, digrigna i denti e gli occhi si muovono rapidamente a destra e sinistra: è una convulsione. Iniettiamo un tranquillante e poco dopo è di nuovo tranquillo, nel frattempo la febbre è salita: gli diamo del paracetamolo e lo avvolgiamo in un panno bagnato.

E’ urgente trasferirlo in ospedale e inviamo qualcuno a cercare una moto. Passano almeno un paio d’ore, il piccolo ha un’altra convulsione. Poi finalmente uno dei nostri autisti trova una moto disposta a portarlo. Intanto è arrivato il padre e la famiglia con una bimba di qualche mese. Sembra che tutto sia pronto, ma c’è agitazione, tante persone parlano e non capisco cosa succede. Poi l’infermiere mi spiega che il padre sta rifiutando il trasferimento e c’è una strana concitazione…l’autista della moto aspetta, il bambino sta male, spiego chiaramente al padre che se non va in ospedale rischia di morire.

Alla fine guardo la donna e le chiedo se è pronta. Lei mi restituisce uno sguardo preoccupato e non capisco se si tratta di paura per il suo bambino o paura di partire senza il consenso del marito. Ci avviciniamo alla moto, la donna si lega la piccola di qualche mese davanti e il bimbo di 3 anni praticamente incosciente sulla schiena. Non ha niente con lei, solo i vestiti che indossa e i panni con cui ha legato i figli al suo corpo. Quando sale sulla moto mi rendo conto che non ha nemmeno un paio di infradito. Mi salgono le lacrime agli occhi pensando al coraggio di questa persona che sta per affrontare qualcosa di sconosciuto con i piedi scalzi.

Quando il giorno dopo rientriamo a Walikale chiedo subito notizie del bambino: è in terapia intensiva, ma fortunatamente sembra che si riprenderà.

Non smetterò mai di ripetervelo: tutto questo è possibile solo grazie al sostegno di voi donatori.

Elisa

 


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