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9 ottobre 2015

A kabul la notizia è arrivata nel corso della notte.

Come un incubo da cui non ci si può svegliare.
Al mattino, ho riunito lo staff e ho parlato loro di quello che era accaduto. Il nostro ospedale di Kunduz sotto le bombe, i nostri colleghi scomparsi, i pazienti incapaci di scappare alle fiamme. Il dolore, la paura, il buio della notte e poi le macerie, il nostro logo MSF rosso su uno sfondo di muri anneriti dal fumo. Il silenzio che è seguito era per alcuni una preghiera, per altri l’inizio di un pianto, per altri rispetto e poi rabbia.

Da sabato mattina in poi è stato difficile non pensare a tutti i colleghi scomparsi quella notte. Le loro famiglie si affacciano nei nostri uffici, ci chiedono se sono qui, si guardano intorno come a sperare di intravederli, mi dicono che non sono tornati a casa, non ricevono notizie proprio da quella notte.

Io mi sento piccolo, con quel dolore inflitto nel cuore e quello ancora più grande di queste persone di fronte ai miei occhi. Mi guardano con preoccupazione ma anche speranza. Ancora una volta confidano in noi, perché noi siamo quelli che, al di là dei cancelli dei nostri ospedali, chiediamo di non portare armi, di non portare odio; siamo il posto sicuro in cui nessuno indossa un uniforme, solo una pettorina bianca, quella di MSF, la stessa che i loro cari portavano fieramente indosso quella notte, la notte in cui le bombe hanno distrutto i muri del nostro ospedale e la grande umanità che vi era dentro.

Difficile non immaginare quella notte, molto simile a quella di tanti nostri ospedali MSF in cui l’emergenza in corso allunga turni e fa aggiungere letti in ogni angolo di corsia. Ci sono bambini, con le loro mamme accanto; ci sono uomini e donne che non chiedono altro che sopravvivere, che sentono, forse per un momento, in quel letto e all’interno di quelle mura, di essere lontani dalla guerra.

Ma la guerra è arrivata anche qui.
Dopo questa notte e per nessuno di noi sarà più lo stesso. Quel che rimane è solo rabbia, tristezza e indignazione.
Quelle bombe e le dichiarazioni di questi giorni sono un insulto indelebile al diritto umanitario, ai nostri principi fondanti, alle nostre convinzioni più profonde, alla speranza che si respira in queste stanze di ospedale così piene di dolore e rinascita, di giornate difficili, e di grandissima dedizione.

Non appena le bombe sono cessate, i sopravvissuti hanno organizzato i primi soccorsi ai feriti. Nonostante il lutto che avevano nel cuore, i nostri colleghi hanno sentito che quello era il loro dovere.
Ancora oggi, tutto lo staff in Afghanistan è impegnato 24 ore su 24 nella ricerca dei propri colleghi e pazienti dispersi durante l’attacco, a organizzare aiuti e supporto a chi è riuscito a fuggire, senza un attimo di tregua, senza riposo.

Ora più che mai la vostra vicinanza è importante.

In nome e per onorare le vittime di Kunduz.

Andrea


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